Il Kosovo è pronto per l’UE?

 

Lanci di lacrimogeni in Parlamento.

No, la notizia – per il momento, e per fortuna – non riguarda il nostro Paese ancora alla ricerca di un governo stabile, ma il Kosovo.

 

 

 

 

La settimana scorsa, i membri dell’opposizione kosovara hanno lanciato lacrimogeni in aula per protestare contro l’approvazione di un accordo con il vicino Montenegro, che di fatto cede a quest’ultimo 80 ettari di territorio dello Stato.

La posta in gioco però è molto più alta.

Grazie all’intesa – raggiunta dopo qualche ora di tensione – i cittadini del Kosovo non avranno più bisogno di un visto per muoversi all’interno dell’Europa.

Non si tratta di una novità da poco, dato che fino a questo momento il Kosovo era rimasto l’unico stato europeo ad avere vincoli di circolazione sul territorio.  

 

 

L’UE ha reagito condannando il gesto, attraverso le parole del Commissario per l’allargamento Johannes Hahn, secondo cui certe manifestazioni non dovrebbero aver luogo all’interno di governi democratici.

Una frecciatina da tenere in considerazione, se non un vero e proprio campanello d’allarme, per il Kosovo, che insieme a Serbia, Montenegro.

Bosnia-Erzegovina e Macedonia, è tra i Paesi candidati ad entrare nell’Unione Europea entro il 2025.

Negli ultimi mesi il processo di allargamento agli stati balcanici è stato spesso sotto i riflettori, anche grazie al pieno supporto dato dalla Bulgaria, stato presidente di turno del Consiglio dell’Unione Europea fino al prossimo giugno, e ai vari incontri e visite istituzionali che hanno portato all’interno dei Paesi candidati figure importanti per l’UE, come Federica Mogherini e Jean-Claude Juncker.

 

 

Ma il Kosovo è veramente pronto per entrare nell’UE?

Dopo circa dieci anni di protettorato internazionale ONU arrivato al termine della guerra con la Serbia, nel 2008 il Paese ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza, legittima anche per la Corte Internazionale di Giustizia.

Lo stato non è però riconosciuto come tale dalla Serbia stessa, ma anche da paesi molto influenti, come la Russia e la Cina, e da ben 5 Stati membri UE: Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro.

Tradotto, finché questi ultimi non avranno cambiato idea, la porta dell’Unione per il Kosovo sarà destinata a rimanere chiusa.

 

 

L’ingresso non è comunque una semplice formalità legata al riconoscimento da parte degli altri Stati, ma dipende da questioni più pratiche che il Paese sarebbe chiamato ad affrontare.

Prima fra tutte, quella relativa alle tensioni etniche ancora in corso sul suo territorio, soprattutto con la minoranza kosovara serba che rivendica un riconoscimento, anche a livello internazionale, delle operazioni di pulizia etnica nei suoi confronti durante la guerra contro la Serbia.

 

 

Lo stesso primo ministro Ramush Haradinaj, a capo della principale forza politica di centrodestra del Paese è una figura controversa. Condannato e assolto per due crimini di guerra, è ancora accusato dalla Serbia per aver torturato ed ucciso molti civili serbi.  

Anche la corruzione all’interno del Paese rappresenta un problema: secondo il “Corruption Perception Index” 2017, che misura il livello di corruzione percepito nel settore pubblico dei Paesi di tutto il mondo, il Kosovo è 85esimo, dietro a tutti i Paesi UE, ma davanti ad altri paesi candidati ad ingresso, come Albania, Bosnia-Erzegovina e Macedonia.

 

Alice Masoni, per Europhonica, da Bruxelles