Come Draghi sta salvando l’eurozona

Mario Draghi l’ha annunciato lo scorso 26 ottobre: la banca centrale europea dimezzerà il “quantitative easing”, cioè l’acquisto dei titoli del debito pubblico degli Stati membri.

È dalla sua introduzione nel 2015 che c’è un frattura su questo meccanismo perché non rientra tra gli obiettivi esplicitamente indicati nello Statuto della BCE e, soprattutto, perché si tratta di una politica monetaria ultraespansiva (la creazione di nuova moneta) da sempre invisa alla Germania.

 

 

 

Gli italiani vorrebbero che il QE rimanesse così com’è per aiutare la fragile ripresa, i tedeschi invece vorrebbero un ruolo meno politico della BCE. Si tratta quindi di una parziale vittoria della linea tedesca rappresentata dal Presidente della Bundesbank (la banca centrale teutonica), Jens Weidmann.

 

Draghi e Weidmann

 

Vittoria parziale, ma non totale.  Draghi ha chiarito che il QE, se necessario, potrà ritornare al regime precedente, cioè in caso di crisi continuerà a comprare 60 miliardi di euro in titoli di stato ogni mese.

Ma quello che conta è la strategia comunicativa del presidente della Bce. In estate, infatti, Mario Draghi aveva annunciato che il QE sarebbe stato rivisto in tempi brevi, destando forti preoccupazioni tra i gli operatori finanziari. I mercati si aspettavano la fine del Qe è una stagione di turbolenze finanziarie.

 

 

Draghi invece ha annunciato una chiusura graduale del meccanismo, senza scossoni e soprattutto con la possibilità di tornare indietro. Così ha anticipato la reazione dei mercati, evitando forti perdite nelle borse di tutto il mondo.

Gli italiani ringraziano: fu proprio l’introduzione del QE a fermare la risalita del famigerato spread, il differenziale tra il tasso di interesse pagato sul debito dall’Italia e quello più basso dell’Unione (manco a dirlo, quello della Germania).

Il nostro debito pubblico, infatti, è sempre sotto i riflettori a causa della sua mole – 135% del PIL, oltre 2000 miliardi di euro – e grazie all’opera di acquisto di titoli italiani da parte della BCE le pressioni dei mercati finanziari sono state tenute a bada.

 

 

In parole povere, gli operatori finanziari non hanno ripreso a trattare i titoli del debito pubblico italiano come carta straccia, come fatto nella calda estate del 2011, solamente perchè la BCE si è impegnata a tenerne bassi i rendimenti.

Se il QE finisse, quindi, torneremmo in breve tempo a vivere le emozioni estive di 6 anni fa, che portarono alla caduta del governo Berlusconi IV e alla nomina di Maro Monti a primo ministro.

 

 

L’annuncio di fine ottobre, quindi, deve suonare come un avvertimento: Draghi ha dato un settennato di tempo all’Italia per mettere a posto la sua economia e non ha mai perso l’occasione per ricordare come le riforme strutturali non fossero più rimandabili.

Non sembra che la classe politica italiana, impegnata com’è a disquisire di bonus televisori, sia consapevole del fatto che il tempo sta scadendo.

 

 

Nella vita tutto ha una fine, del resto: il QE dimezzato scadrà a settembre 2018 e lo stesso mandato di Draghi avrà fine l’anno successivo (31 ottobre 2019). A succedergli, con ogni probabilità, sarà proprio il falco tedesco, Weidmann.

Paese avvisato non è detto che sarà ancora una volta salvato.

Francesco Cafarelli per Europhonica